A sud della valle, sopra il paese
Clos des Lambrays occupa la metà sud del versante di Morey-Saint-Denis, tra Clos de Tart a sud e lo sbocco della valle di Morey a nord. Come gli altri tre grands crus comunali si trova sopra la Route des Grands Crus (D122), nella fascia mediana, esposto a levante.
La posizione rispetto alla valle è determinante. Les Bouchots, sulla punta nord, si trova in parte allo sbocco della valle asciutta, sul suo fianco sud: piega parzialmente a nord e subisce direttamente le correnti fresche dagli altopiani occidentali. È la parte più fresca e tardiva del cru. Nella parte alta un piccolo padiglione e un arco si appoggiano al muro di cinta.
Tre lieux-dits, tre qualità diseguali
Il clos riunisce tre lieux-dits: Les Larrets, catastalmente Clos des Lambrays, pesa 5,72 ha, il 65 % del climat; Les Bouchots (1,99 ha) a nord; Meix-Rentier (1,13 ha) in basso. La composizione è la chiave del cru, poiché le classificazioni storiche li distinguevano nettamente: Jules Lavalle nel 1855 valutava rispettivamente Les Larrets «première cuvée», Meix-Rentier «troisième» e Les Bouchots «quatrième».
La tenuta tiene conto della gerarchia interna: i lotti insufficienti — vigne giovani e parti meno nobili, soprattutto Les Bouchots — vengono declassati in un secondo vino venduto come Morey-Saint-Denis premier cru. La classificazione lusinghiera di Camille Rodier intorno al 1920-1930 va invece presa con cautela: l’autore era parente del proprietario di allora.
Il terroir: marne in alto, detriti calcarei sopra
Nel sud del territorio, Clos des Lambrays e Clos de Tart poggiano soprattutto sul calcare a entrochi del Bajociano, roccia continua sotto tutta la ghirlanda dei grands crus della Côte de Nuits tra 275 e 310 metri. L’originalità dei Lambrays è però la presenza a monte delle marne a Ostrea acuminata: roccia tenera del Bajociano superiore, fatta di argilla e calcare in quote quasi uguali, giallo-verde chiaro, piena di piccole ostriche fossili.
Nel clos queste marne non sono nude: sono coperte da detriti di ghiaie angolose. Sul pendio sud di Morey, le ghiaie dal gelo-disgelo dei calcari di Comblanchien si sono accumulate colmando un leggero rilievo sopra le marne. Ne risulta un suolo marnoso in alto, argilloso-calcareo in basso, con riserva d’acqua maggiore del Clos de la Roche: da qui vini più rotondi e carnosi, meno minerali e tesi di quelli del versante nord.
Clima, esposizione ed effetto della valle
Il clima è temperato con lieve tendenza continentale: inverni marcati, estati calde, rischio di gelo primaverile. L’esposizione a levante dà il sole mattutino, indispensabile per maturare il pinot noir su un pendio dove il sole del tardo pomeriggio è tagliato dalla cresta boscosa.
L’effetto della valle conta qui più che negli altri clos di Morey. Il corridoio d’aria fresca da ovest tocca direttamente la parte nord, ritardando la maturazione e apportando freschezza aromatica. Questa dissimmetria interna — alto marnoso e fresco, basso più argilloso-calcareo e precoce — spiega perché la tenuta vendemmi e vinifichi per parcelle prima di assemblare.
Lo stile dei vini e l’invecchiamento
Il clos-des-lambrays ha colore rubino scuro e naso complesso di frutta cotta, sottobosco, cuoio e spesso una nota speziata legata al grappolo intero. Il sorso è rotondo in gioventù, poi profondo e grave con gli anni: il più soave e «profumato-speziato» dei quattro clos di Morey, meno architettato del Clos de la Roche, meno compatto del Clos de Tart.
Si serve a 12-14 °C giovane, 15-17 °C maturo, con selvaggina da piuma, pollame laccato, vitello brasato, agnello arrosto o formaggi a crosta lavata. Conservazione di dieci-quindici anni, una ventina nelle grandi annate. Il cru è molto migliorato dal recupero del vigneto avviato nel 1980 dal régisseur Thierry Brouin, rimasto trentotto anni fino all’aprile 2018.
Un cru ricucito, classificato tardi e acquistato caro
Un «Clos de Lambrey» è citato a Morey da metà XIV secolo, dal nome di una famiglia nobile attestata nei secoli XII e XIII. La Rivoluzione lo polverizza: viene venduto in lotti a 74 proprietari. Né Denis Morelot (1831), né Jules Lavalle (1855), né Danguy e Aubertin (1892) lo citano allora come clos. È in realtà opera del négociant Louis Joly, che ricompra e ricuce le circa 75 parcelle del catasto del 1828; l’insieme viene venduto nel 1866 ad Albert-Sébastien Rodier, che completa la ricomposizione e impone «Clos des Lambray» alla fine del XIX secolo.
Segue un episodio costoso per il cru: acquistato il 28 novembre 1938 da Renée Cosson, rimane quarant’anni nelle sue mani senza che venga costituito il dossier di classificazione, obbligatoriamente depositato dal proprietario nei monopoles. Guadagna il soprannome «clos délabré», clos in rovina. Venduto nel 1979 dopo la morte della proprietaria, è finalmente decretato Grand Cru dall’INAO il 27 aprile 1981, quarantacinque anni dopo Clos de la Roche e Clos Saint-Denis, quarantadue dopo Clos de Tart; fino ad allora era premier cru comunale (1943). Passa poi all’industriale tedesco Günter Freund nel 1997 e al gruppo LVMH, con acquisto annunciato nell’aprile 2014 per una cifra riportata di 100 milioni di euro. La tenuta non può rivendicare «monopole»: nel rilevamento di Clive Coates gestiva 8,66 degli 8,84 ha, mentre una parcella di 420 m² a Meix-Rentier rimaneva al Domaine Taupenot-Merme, che ne ricava una cuvée limitatissima.
