Tra Clos de la Roche e la valle di Morey
Il Clos Saint-Denis occupa la metà settentrionale del versante di Morey-Saint-Denis, immediatamente a sud del Clos de la Roche. Il limite meridionale è disegnato dal corridoio dello sbocco della combe de Morey, la valle asciutta che taglia a metà il territorio e separa i due clos del nord (la Roche, Saint-Denis) dai due del sud (Lambrays, Tart).
È esposto a est, tra circa 285 e 320 metri di altitudine, su una pendenza che aumenta dal 5 % in basso a oltre il 20 % in alto. Si trova quindi un po’ più in alto ed è nettamente più ripido del vicino immediato Clos de la Roche: poche decine di metri bastano a cambiare la natura del suolo e il temperamento del vino.
Un clos, tre lieux-dits aggiunti
Come tutti i grands crus di Morey, il Clos Saint-Denis è una fusione di lieux-dits. Il clos storico vero e proprio misura soltanto 2,15 ha; all’omologazione del dicembre 1936 gli sono stati aggiunti i climats contigui tuttora associati: una parte di 1,34 ha degli Chaffots, Calouère (1,30 ha) e Maison Brûlée (1,82 ha). La denominazione ha così circa triplicato la superficie originaria.
Il nome «clos» è qui ingannevole: il lieu-dit non sarebbe mai stato cinto da muretti, poiché all’epoca in Borgogna il termine designava una proprietà fondiaria più che un recinto in pietra, a differenza di Clos de Tart e Clos des Lambrays, realmente murati. Les Chaffots sono invece suddivisi: una parte in premier cru, 1,34 ha in Clos Saint-Denis e soltanto 0,07 ha in Clos de la Roche.
Il terroir: calcare a entrochi e oolite bianca
Come tutta la ghirlanda dei grands crus della Côte de Nuits, il Clos Saint-Denis poggia sul calcare a entrochi del Bajociano, roccia del Giurassico medio spessa da 35 a 40 metri che occupa senza discontinuità la fascia di altitudine 275-310 metri del versante. A nord del territorio si associa all’Oolite blanche del Bathoniano, formazione di calcari bianchi molto friabili, sensibili al gelo-disgelo, fatta di grani sferici millimetrici. Non affiora quasi mai: è stata osservata localmente al Clos Saint-Denis in occasione del rifacimento di un muro.
Dove si assottigliano i detriti crioclastici, i calcari di Comblanchien, molto puri e duri, tornano in superficie nella parte occidentale del settore. I suoli sono bruni calcarei, privi di ciottoli arrotondati nelle parti basse. La pendenza maggiore rispetto al vicino del nord dilava di più i suoli e limita la riserva d’acqua: il Clos Saint-Denis dà vini meno massicci, più tesi ed eleganti, una differenza di terroir che si legge direttamente nel bicchiere.
Clima ed esposizione
Il clima è temperato con lieve tendenza continentale, come su tutto il versante della Côte. L’orientamento a est porta il sole mattutino, vantaggio decisivo per un pinot noir di prima epoca di maturazione e fragile di fronte a peronospora e muffa grigia: i filari si asciugano presto e cala la pressione sanitaria.
Il Clos Saint-Denis si trova appena a nord dello sbocco della combe de Morey. Questo corridoio incanala correnti d’aria fresca da ovest che rinfrescano le notti e moderano la fine della maturazione. Combinata a una forte pendenza e a un’altitudine leggermente superiore, questa influenza spiega la freschezza aromatica caratteristica del cru.
Lo stile dei vini e l’invecchiamento
Il clos-saint-denis è il più profumato dei grands crus di Morey. Il colore è rubino scuro; il naso mescola ribes nero e mora con violetta, prugna secca e note di caffè che arrivano con l’affinamento. Il sorso è armonioso, equilibrato, strutturato senza pesantezza: un vino di fine tessitura e lunghezza, più vicino al registro di Chambolle-Musigny che alla potenza di Gevrey.
Danguy e Aubertin nel 1891 riprendevano un giudizio già espresso da Denis Morelot intorno al 1830: «Il vino del Clos Saint-Denis non è altrettanto fine di quelli del Clos de la Roche e del Clos de Tart, sebbene sia comunque tra le qualità più distinte». Il XIX secolo lo collocava dunque dietro; il XX lo ha riabilitato. Si serve a 12-14 °C giovane, 15-17 °C maturo, con selvaggina da piuma, pollame laccato, vitello brasato o formaggi a crosta lavata. Contare dieci-quindici anni di conservazione, una ventina nelle grandi annate.
I canonici di Vergy e il nome del paese
Il clos è appartenuto principalmente al capitolo dei canonici di Saint-Denis, stabilito dal 1023 sul mont de Vergy, sugli altopiani delle Hautes-Côtes, una decina di chilometri da Morey. La vite sarebbe stata piantata tra il 1023 e il 1240; Jean-François Bazin colloca la prima menzione archivistica del clos nel 1367. Dopo la distruzione degli edifici durante le guerre di religione, i canonici si ritirano a Nuits-Saint-Georges nel 1610, dove rimangono fino alla Rivoluzione.
Nel 1927 il comune di Morey, già Morey-en-Montagne, aggiunge al proprio nome quello di un cru e diventa Morey-Saint-Denis, imitando Gevrey (prima dal 1847, dopo un lungo conflitto con Morey intorno al Chambertin) e Chambolle (1878). La scelta sorprende: nella classificazione di riferimento di Jules Lavalle (1855), Clos Saint-Denis era soltanto «deuxième cuvée», mentre Clos de Tart era «tête de cuvée». Ma Tart e Lambrays erano monopoles dai nomi poco comodi da aggiungere e il contesto degli anni 1920 favoriva un riferimento religioso. Nel rilevamento pubblicato da Monocépage, i principali detentori erano Georges Lignier (1,49 ha), Dujac (1,47 ha), Bertagna (0,51 ha) e de Chézeaux/Ponsot (0,38 ha), mentre una dozzina di altri si divideva piccole superfici.
