Un cru a cavallo di due paesi
Il Montrachet non appartiene del tutto né a Puligny né a Chassagne: il confine comunale attraversa il climat nel mezzo. Dei 7,80 ettari del grand cru, 4,0107 ettari si trovano nel territorio di Puligny-Montrachet e 3,9873 in quello di Chassagne-Montrachet, una ripartizione registrata nel Nouvel atlas des grands vins de Bourgogne di Sylvain Pitiot e Pierre Poupon. I due villaggi hanno del resto aggiunto il suo nome al proprio, Puligny nel 1878 e Chassagne nel 1879, un caso unico di cru che ribattezza due comuni insieme.
Questa posizione centrale non è soltanto amministrativa, ma topografica. Qui il pendio si legge come una scala di grands crus: Chevalier-Montrachet occupa il gradino superiore, interamente a Puligny; Montrachet quello mediano, fra 250 e 270 metri di altitudine; Bâtard-Montrachet quello inferiore, dall'altro lato della strada che attraversa il pendio, condiviso anch'esso fra i due comuni, con Bienvenues-Bâtard-Montrachet all'estremità nord, sul lato di Puligny, e Criots-Bâtard-Montrachet all'estremità sud, sul lato di Chassagne.
Il terroir: poca terra, molta pietra
La descrizione geologica del Montrachet richiede poche parole ed è proprio questo a renderlo singolare: suoli poco spessi poggiati su calcare duro, attraversati da una fascia di marna rossastra, il tutto datato al Giurassico, intorno a 175 milioni di anni fa. Alla scala del pendio il cru si inserisce nell'oolite bianca dei «calcari di Chassagne», del Batoniano inferiore, lo stesso banco che sostiene più a nord Les Pucelles, Clavoillon e Les Combettes.
La sottigliezza del suolo è la chiave dello stile. Diversamente dai climats della parte bassa del pendio, dove colluvi e suoli bruni calcici si ispessiscono fino a far sparire la roccia madre sotto diversi metri di terra, la vite del Montrachet lavora sulla pietra. È frenata, poco vigorosa e il drenaggio è immediato: nulla ristagna, nulla diluisce. È questo vincolo, più di ogni altro, a dare la concentrazione e la densità di materia che non si ritrovano da nessun'altra parte nelle stesse proporzioni.
Esposizione e clima: un gradino perfettamente orientato
Il clima è quello della Borgogna viticola, temperato a lieve tendenza continentale: inverni freddi, primavere umide, estati calde e talvolta temporalesche, autunni spesso generosi. Lo chardonnay germoglia un poco prima del pinot noir, esponendosi alle gelate primaverili, ma accumula zuccheri elevati mantenendo un'acidità importante, l'equazione stessa del grande bianco da invecchiamento.
Il vantaggio del Montrachet in questo quadro comune è la precocità. La sua posizione a metà pendio, su una pendenza netta e ben esposta, fa sì che sia regolarmente il primo vendemmiato del settore, mentre Chevalier, più alto e fresco, matura un poco più tardi. La canicola del 2003 aveva fatto iniziare alcune vendemmie a metà agosto, un mese d'anticipo di cui gli archivi non conservavano più traccia dal 1422 e dal 1865.
Lo stile dei vini: lo chardonnay al massimo
Il colore è oro, dai riflessi minerali. Il naso, che impiega diversi anni ad aprirsi davvero, mescola spezie, miele, frutta secca, felce e burro. Il palato è armonioso, strutturato, untuoso e profondo: è un vino che non punta né sull'esibizione di potenza né sulla sola tensione, ma sull'equilibrio fra le due, su una lunghezza che rimane la firma più riconoscibile.
La vinificazione segue il canone borgognone: vendemmia manuale e selezionata, pressatura, decantazione del mosto, fermentazione alcolica condotta fra 18 e 24 °C, malolattica in botte o in vasca, affinamento sui lieviti con bâtonnage. Il Montrachet richiede pazienza: almeno dieci-quindici anni, più di venti nelle grandi annate. Si serve fra 12 e 14 °C con astice, aragosta, pesce bianco in salsa, pollame di Bresse o foie gras.
Storia: dai monaci di Maizières alla causa del 1921
Il nome viene da «Mont Rachaz», attestato nel 1252, divenuto «Mont Rachat» nel 1380 e poi «Montrachat» nel 1473: da qui l'uso di non pronunciare la t finale. In francese antico la «râche» indicava ciò che è calvo: il Montrachet è il monte pelato, quell'affioramento roccioso dove non cresce nulla che domina il pendio. Le prime vigne conosciute, nel XIII secolo, appartenevano all'abbazia di Maizières, arricchita dalle donazioni di Pierre e Arnolet de Puligny nel 1252 e poi di Gui Berrier de Chagny nel 1286-1287; i monaci cistercensi vi lavorarono per cinque secoli.
La notorietà del cru finì per attirare le usurpazioni. Nel 1921 Julien Bouchard, suo nipote e altri sette proprietari del Montrachet citano in giudizio il comitato d'agricoltura dell'arrondissement di Beaune e diversi proprietari di Chassagne e Puligny. La sentenza del 12 maggio 1921 decide: la denominazione Montrachet può applicarsi soltanto alle raccolte del settore conosciuto come Grand-Montrachet, Vrai-Montrachet o semplicemente Montrachet. Questa delimitazione giudiziaria ha costituito la base dei decreti di denominazione; il registro dell'INAO fa risalire il riconoscimento del cru al decreto del 31 luglio 1937, pubblicato l'11 agosto successivo, insieme ai quattro vicini.
Un cru diviso tra molte mani
Come quasi tutti i grands crus borgognoni, il Montrachet è frammentato: diciotto produttori si dividevano i 7,80 ettari nel conteggio consultato nel 2026. Fra loro figurano Domaine de la Romanée-Conti, Domaine Ramonet, Domaine Marc Colin & Fils, maison Joseph Drouhin, che coltiva gli appezzamenti del Marquis de Laguiche, Domaine Jacques Prieur o Domaine Guy Amiot & Fils. Gli appezzamenti cambiano di mano e gli affitti evolvono: questo elenco è una fotografia, non un registro anagrafico.
Questa frammentazione spiega perché non esista un solo montrachet, ma diversi montrachets. Conduzione della vite, data della vendemmia, proporzione di legno nuovo e durata dell'affinamento variano da un proprietario all'altro e con esse il profilo del vino. Il denominatore comune rimane il terroir: quella stretta fascia di suolo sottile su calcare duro, a metà pendio, che nulla ha mai permesso di imitare altrove.
I vitigni di Montrachet
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